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Quello che segue è il testo di alcuni articoli e interviste su gli eccidi compiuti nell'area di Monte Sole nei comuni di Marzabotto, Monzuno e Grizzana, conosciuti come 'strage di Marzabotto' ma che le recenti ricerche storiografiche indicano più correttamente come stragi di Monte Sole, messi a disposizione dal sito www.montesole.org dell'omonima fondazione, che ha come scopo "di promuovere iniziative di formazione ed educazione alla pace, alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, al rispetto dei diritti umani, per la convivenza pacifica tra popoli e culture diverse, per una società senza xenofobia, razzismo ed ogni altra violenza verso la persona umana ed il suo ambiente". Autrici degli articoli e delle interviste sono Marzia Gigli e Maria Chiara Patuelli quando non diversamente indicato.

 
 
Fin dal mese di agosto del 1944, dopo la liberazione di Firenze, l'esercito alleato e l'esercito nazista si fronteggiano sulla linea gotica. L'area di Monte Sole (Bologna), compresa tra le valli del Reno e del Setta (attuali comuni di Marzabotto, Monzuno e Grizzana), costituisce l'immediata retroguardia difensiva dell'esercito nazista. In questa area si è costituita fin dall'ottobre 1943 una brigata partigiana, la "Stella Rossa", fondata da elementi locali e composta da persone di differente matrici politiche e culturali.

Tra la metà e la fine di settembre 1944, il comando della 16° Divisione Corazzata Granatieri delle SS decide una operazione militare per "l'annientamento dei gruppi partigiani e il rastrellamento del territorio nemico". Questa operazione, affidata al comando del maggiore Walter Reder, si svolge tra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944. Tutta l'area viene circondata da circa 1000 soldati, tra cui elementi italiani appartenenti alla Guardia nazionale repubblicana. Divisi in 4 plotoni rastrellano l'intera zona da sud, da nord, da est, da ovest. Bruciano le case, uccidono gli animali e le persone. Il bilancio dei 7 giorni di eccidio è di 770 vittime di cui 216 bambini, 142 ultrasessantenni, 316 donne. L'eccidio viene compiuto in 115 luoghi: paesini, case sparse, chiese.

L'eccidio di Monte Sole non si configura come una rappresaglia bensì come un rastrellamento finalizzato al massacro. Esso si inserisce in una strategia ben più ampia applicata nel '44 e nel '45 dall'esercito nazista in Italia. Questa strategia mira a terrorizzare la popolazione civile, al fine di evitare la formazione di qualsiasi forma di resistenza o di disperdere gruppi di resistenza già formati ("dominazione del terrore").
 
Caprara era il maggiore centro abitato del territorio. Fino alla fine dell'800 era stata sede del municipio e quindi di punto di riferimento di tutta l'area. Nel periodo che ci interessa, il municipio referente era a Marzabotto ma Caprara rimaneva un nucleo fondamentale di incontro tra le persone che abitavano questa zona: vi era l'osteria, lo spaccio e la tabaccheria; qui si tenevano le sagre e le feste di paese; vicino a caprara si trovava la fonte d'acqua più importante.

Angiolina Massa
Avevo 6 anni quando siamo andati ad abitare a Caprara. Là si stava bene, c'era un bel po' di famiglie: c'era Caprara di Sopra e Caprara di sotto. Di sopra c'erano due contadine, c'eravamo noi che avevamo la tabaccheria e l'osteria e poi cerano altre 3 famiglie di operai; di sotto c'erano 2 famiglie di contadini e poi la casa del Marchese Beccadelli, dove veniva d'estate e tutte le volete che andava a caccia col figlio e i contadini. Erano due persone gentilissime. Insieme a Zanini e alla curia erano i proprietari di tutta la zona di Monte Sole. Poi c'era la famiglia del custode di Beccatelli che aveva 6 figli. Insomma c'era un po' di compagnia, un po' di gente. Si stava bene, a me piaceva tanto, io dico che i miei anni migliori li ho passati lassù... Avevamo una tabaccheria, osteria. D'inverno i contadini erano tutti lì. Tutto il circondario era lì, gli piaceva giocare a Quadriglia, a Massino poi. Quando nevicava, cosa facevano? Se non c'era la neve erano nel bosco a tagliare legna ma quando c'era la neve erano sempre lì dentro da noi. C'è quella scala che se ne vede ancora un pezzetto, era una scala che andava su nelle camere: io compio gli anni in gennaio, se sapeste le corse che ho dovuto fare su per quella scala perché mi tiravano tutti le orecchie... delle volate su per quella scala perché lì, tiravano forte davvero. Si stava bene , era come se fossimo tutta una famiglia... Noi vendevamo lo zucchero, pasta poca perché se la facevano in casa, un po' di maccheroni... olio, sale, petrolio e poi il carburo quando uscirono gli impianti (per illuminare). Poi i contadini facevano le ordinazioni a mio padre: mi porti la forca, il badile o le zappe e le donne portami l'ago o il filo o il cotone. A volete ne teneva anche lì in negozio ma quando arrivava la finanza erano dolori, bisognava darci il salame e io dicevo: "Ma babbo! mi piace anche a me il salame!!" La finanza veniva sempre a fare i controlli, su al Poggio di Monte Sole ho ancora la bilancia con tutti i timbri, veniva controllata perché doveva pesare giusto...

A Caprara vivevano normalmente, secondo le testimonianze, circa una cinquantina di famiglie. Tra il '43 e il '45, però, il paese aveva visto la propria popolazione aumentare a causa dell'arrivo dei rifugiati da Bologna (gli sfollati). Moltissime persone infatti lasciavano Bologna, sempre più pericolosa a causa dei bombardamenti alleati, per trasferirsi, presso familiari o amici, in zone di campagna, ritenute più sicure e protette.
Il 29 settembre quindi, i primi plotoni di nazisti trovano molte persone a Caprara.

Gilberto Fabbri, quando dagli enormi falò delle case per tutto l'orizzonte, e dagli spari, capì che i nazifascisti si avvicinavano, decise, la mattina del 29 settembre, di cercare scampo a Caprara.
Questo è quello che racconta Gilberto Fabbri (14 anni):
Vi trovai già rifugiate una cinquantina di persone, tutte donne, ragazze e bambini. Passammo parecchie ore di paurosa attesa; il terrore ci toglieva anche la parola, molte donne piangevano e singhiozzavano buttate in terra, con i figli stretti tra le braccia.
Alle quindici, in noi quasi s'era fatto un po' di speranza che non ci avrebbero scoperto, e qualche timida parola si sentiva mormorare sotto voce, quando arrivarono tre nazisti, mascherati da teli mimetici e con gli elmetti ricoperti di foglie. Ci ingiunsero di uscire dal ricovero e ci stiparono tutti nella cucina nella casa di Caprara, di cui sbarrarono le porte lasciando aperta solo una finestra, attraverso la quale, subito dopo, scagliarono quattro bombe a mano di quelle col manico, e una grossa granata di colore rosso. L'esplosione fu tremenda e coprì il grande urlo di tutti, poi un fumo denso si stese sui cadaveri dilaniati. Un acuto dolore mi tormentava alle gambe, ma riuscii egualmente a saltare dalla finestra e nascondermi in mezzo a un cespuglio, distante tre o quattro metri.
Vidi i tre nazisti aprire la porta della casa e piazzare una mitraglia. Volsi il capo inorridito, e dall'altra parte mi apparvero due donne che scappavano affannosamente attraverso il campo. Sentii degli spari e le due donne caddero una a breve e distanza dell'altra.
Dopo circa un quarto d'ora, sempre rintanato nel cespuglio, vicinissimi a me furono sparati molti colpi e raffiche che si confusero con le urla strazianti delle donne e dei bambini ancora vivi nella cucina. Poi fu il silenzio. (Testimonianza tratta da Renato Giorgi, Marzabotto parla)

Ecco cosa racconta Salvina Astrali, che ha perso a Caprara 8 familiari:
Quando abbiamo sentito le cannonate, abbiamo deciso di trasferirci da Villa D'Ignano a Caprara perché mia madre si sentiva più sicura là. Abbiamo attaccato le mucche al biroccio e siamo partiti e con noi sono partite anche altre 4 famiglie. Siamo arrivati a Caprara la sera prima del rastrellamento. Io mi sono salvata perché la stessa sera dissi con mia madre: " Abbiamo lasciato alla Villa tutte le bestie, tutte le mucche, vado là a recuperarle." Sono partita con le mie amiche e sono tornata alla Villa. Mentre eravamo per strada abbiamo incontrato mio padre che disse "Bambine tornate indietro perché c'è il rastrellamento anche a Caprara. Tua madre mi ha mandato via perchè dice che alle donne e ai bambini non fanno niente, gli uomini li prendono su e li portano in Germania". Siamo tornate indietro, passando per Tura dove c'era un covo dei partigiani ed Ettore (NdR Ettore Benassi, partigiano della Stella Rossa) mi disse: "Ma dove andate?" Raccontammo tutto e lui disse "Restate qui". Il giorno dopo arrivarono le mie due sorelle...chi le riconosceva più dal gran che erano messe bene.......Tutte piene di sangue, carne, avevano un po' di tutto addosso. Una aveva preso una gran bruciata negli occhi, non ci vedeva, l'altra aveva due cannonate proprio nel sedere, due buchi che ci entravano due pugni dentro....Che vita che hanno fatto ad arrivare lì a Tura....Quella che non ci vedeva portava l'altra che non poteva camminare sulle spalle e quella sulle spalle guidava la sorella che non ci vedeva. C'era molta gente e quando sentirono il racconto delle mie sorelle e che a Caprara erano morti tutti e non ci era rimasto più nessuno, scapparono tutti via, avevano tutti paura. Tutti scappati tranne il dottore che ci disse "Ho ancora solo una puntura, se conta questa, bene, altrimenti non so proprio come posso salvarla, tua sorella". Sarà contata quella e le nostre cure con acqua e sale, siamo riusciti a salvarla.
Raccontarono che si erano salvate perché si era ribaltata una vetrina ed erano rimaste dietro questa vetrina. Mi hanno raccontato che sentivano urlare, c'erano tanti bimbi, è per questo che se ne sono salvate pochi e la mitragliatrice sopra la finestra sparava; quando sono morti tutti i piccoli, le persone che erano rimaste vive sono scappate. Loro hanno sentito che fuori c'era delle gente che parlava anche in italiano. Quelli che sparavano non erano tutti tedeschi, c'erano anche degli italiani, i repubblichini.
A Caprara ho perso la mamma e tre sorelle e dalla parte di mio marito, sette cognati e la suocera, la famiglia Iubini. Si è salvato solo mio marito perché era in Germania. Mio suocero non si mai fatto intervistare, teneva il dolore dentro di sé e basta. Uno degli 8 figli aveva solo 20 giorni e mio suocero (suo padre) ha trovato solo le penne della cuscina; un altro grande lo trovò a cavalcioni della finestra con un maiale che gli mangiava la testa....
Io dovevo accudire le mie sorelle e mio padre che erano tutti feriti e non tornai a Caprara. Avevo 14 anni. Nessuno di noi tornò a Caprara, sapevamo che erano tutti morti.

Gastone Sgargi, partigiano della Stella Rossa, passa da Caprara, il pomeriggio del 29 settembre. Questo è il suo racconto:
Quando arrivammo giù a Caprara in questo grande cortile la cosa più orrenda erano le grida degli uomini, delle donne, dei bambini che avevano ammazzato. Uno spettacolo... indescrivibile: il bestiame mezzo bruciato che faceva gli urli... una cosa, una cosa... quella rimarrà sempre impressa, comunque sia, rimarrà sempre impressa. E' stata una cosa veramente... un eccidio, nel vero senso del termine. Ho visto dei bambini, squartati là... no, no, no! Questa è stata una cosa che ha lasciato una traccia credo in ciascuno di noi e la lascerà per sempre perché la guerra è una cosa, si combatte lealmente, tu da una parte io dall'altra ma andare a trascinare dei poveri inermi, dei bambini, delle donne in una macelleria di quel genere lì, è stata una cosa veramente orrenda. Degli urli, degli strazi, questa gente che correva, faceva sangue, non sapeva da che parte... E' stato uno spettacolo incredibile. Se uno non lo vede, non può crederlo, non si riesce a descriverla... una cosa così... non si riesce.

 

La chiesa di Santa Maria Assunta di Casaglia era la chiesa più importante di tutta la zona ed il punto di riferimento per tutti i fedeli che abitavano l'area di Monte Sole.
Il 29 settembre, moltissime persone, quando si rendono conto di cosa sta succedendo, fugge da molte localit e case limitrofe verso la Chiesa di Casaglia. Sono solo donne, bambini e persone anziane. Gli uomini adulti si nascondono nei boschi. Ad attendere in chiesa c'è il parroco Don Ubaldo Marchioni che inizia con loro a pregare e recitare il rosario.


Ecco cosa racconta Cornelia Paselli (18 anni), sopravvissuta alla strage, che perde la madre e due fratellini:
"Noi scappammo di gran corsa a questa chiesa che era la parrocchia di Casaglia. Come arrivammo su alla chiesa ci trovammo cento persone perché tutti erano fuggiti lì perché pensavano nessuno avrebbe fatto del male e nemmeno incendiato la chiesa. Ci sentivamo al sicuro. Difatti andammo dentro e poi arrivò anche il prete e disse: "Diciamo il rosario perché c'è pericolo, preghiamo", ma nessuno riusciva a pregare perché ci era venuta una grande angustia. Aspettammo aspettammo, sempre con una gran paura addosso, poi d'un tratto sentimmo bussare alla porta, erano i tedeschi delle SS.
Cominciarono a urlare: "Tutti fuori, tutti fuori!!" e poi parlarono con il prete: "Accompagni tutta questa gente a Cà Dizzola". Allora io a sentire così pensai: "Appena sono nel bosco, mi nascondo", proprio pensai subito di nascondermi da questo pericolo. Intanto che ci incamminiamo, all'incrocio che va giù a Cerpiano, arrivò un'altra squadra di tedeschi. Appena ci videro fecero degli urli: "Alt Alt Alt!".
Intanto un ufficiale diede l'ordine di abbattere il cancello del cimitero. Allora io, vedendo quella scena, dissi a mia madre:" Mamma, vedi lì c'è la nostra fine" io vidi già la scena, la fine. Poi presero il prete con loro e piazzarono un tedesco di fronte a noi con la mitragliatrice; dovevamo aspettare la risposta perché il prete aveva detto: "I vostri camerati hanno detto di andare a Cà Dizzola". Aspettammo lì quasi una mezz'ora, pioveva e poi arrivò un tedesco a dare l'ordine. Cominciò a dire: "Raus raus!", io chiesi: " Come?" E lui: "Avanti avanti!", in malo modo con arroganza.
Io ero in mezzo al gruppo ed entrando in mezzo al cancello del cimitero, pensavo...pensavo a tante cose, che non riuscivo a fare un pensiero nitido, volevo scappare , volevo buttarmi, l'ultima cosa da potermi salvare, ma non ci riuscivo, sembrava che il cervello scoppiasse, allora spingevo spingevo perché volevo stare in mezzo al gruppo, mi sentivo un po' protetta e invece finii contro il muro proprio sull'esterno nella parte sinistra e lì non riuscivo neanche a fare un passo, poi davanti a me avevo il tedesco che piazzò la mitragliatrice proprio dalla mia parte, di fronte.

 Vedevo tutto, sentivo tutto, vidi che caricava la mitragliatrice con il nastro di proiettili e io rimanevo lì dritta così e volevo sempre spingere, non ci riuscivo. D'un tratto sentii un colpo talmente forte, talmente forte, non sapevo cos'era. Possibile la mitragliatrice? Ma come è pesante per fare un...poi veniva giù l'intonaco, poi capii che era una bomba a mano, era stata una grande esplosione. Questa bomba mi fece fare un salto, una capriola che mi portò proprio nel centro della gente, del gruppo ma con la testa conficcata a terra e la gambe per aria. E lì cominciai a sentire tutto il sangue addosso degli altri, e dicevo: "Dio! Tutto..."., mi colava sulla faccia, dappertutto e pensai questo è il sangue dei feriti, poi per un attimo ebbi la paura che fosse il mio e lì svenni.

Dicevo, pensai, se sono stata colpita e non ho sentito il dolore? Proprio mi feci questa domanda e lì svenni. Mi accorsi che ero svenuta perchè dopo tanto tempo sentivo delle voci lontane, lontane invece era mia madre che mi chiamava: "Cornelia, Cornelia..." e io stavo zitta dalla paura e lei insisteva: "Sei ancora viva?", "Sì mamma, stai zitta per carità". Tutti piangevano, una quando sentì la mia voce, mi disse, vienmi ad aiutare ti prego, mi manca la mano....La mamma disse: "Non sto più in piedi, mi hanno mitragliato tutte le gambe", non stava più in piedi. E poi disse: "Gigi e la Maria sono già andati......". Invece mi sorella, mia sorella urlava, aveva 15 anni diceva: "La mia testa, la mia testa!", aveva avuto una esplosione vicina, vicina che aveva ucciso un donna e lei era convinta di avere la testa spaccata.
Io riuscivo a camminare ma mi ci è voluto a tirarmi fuori perché avevo tutti i corpi addosso, ma dovevo aiutare mia madre. Lei non si lamentava e io le dicevo: "Adesso mi tiro su e ti vengo ad aiutare". Sono stata lì dalle 9 alle 4 del pomeriggio, poi quando ho visto che i tedeschi se ne erano andati, c'era un bambino in piedi che guardava e diceva: "Non c'è nessuno, non ci sono più, scappate"! Allora per prima scappò la Lucia Sabbioni, poi altre 2 o 3. La Lucia era molto ferita e la portavano in spalla. Mi alzai su, trascinai mia madre vicino al muretto, le feci un laccio nella coscia perché sanguinava tutta, e la adagiai vicino al muretto. "Mamma adesso corro a Cerpiano che vado a cercare aiuto, e ti portiamo a Bologna al Rizzoli, là fanno le gambe nuove", cercavo di consolarla e lei poverina era paziente. Lì rimase mia sorella e mia cugina. Appena fuori, era tutto scoperto e si vedeva Cerpiano benissimo, allora, anche l'oratorio.
Sul gradino dell'oratorio c'era un tedesco di guardia e da dentro si sentivano delle urla, delle grida... e io capii che anche là era successo uguale. Quando vidi così cominciai a scappare nel bosco e finii a Gardelletta, sempre per cercare qualcuno, non c'era un'anima.
Un tedesco di guardia non mi vide. Andai verso la ferrovia, passai dalla nostra casa ma non ebbi il coraggio di andare dentro, la guardai così e mi dissi: "Cosa ci vado a fare?, non c'è nessuno". Allora pensai di andare su dai contadini, perché noi avevamo una pecorina, mio padre nello sfollare l'aveva lasciata lì da loro.
Quando arrivai su, era vicino a casa nostra, trovai i contadini morti nell'aia, poi mi guardai attorno, vidi la pecorina sgozzata, tutta piena di sangue e lì rimasi talmente male, avvilita, mortificata che cominciai a piangere, piangere perché fino ad allora non ero riuscita a piangere. Vedendo la pecorina, capii che era finito tutto. Andai giù singhiozzando, per me era già morto tutto. Arrivai a Casa veneziani ed erano tutti morti anche lì
"


Il racconto di Lidia Pirini(17 anni):
Era il 29 settembre, alle nove del mattino. Alla notizia dell'arrivo dei tedeschi, avevo preferito fuggire a Casaglia, sembrandomi Cerpiano luogo meno sicuro. Abbandonai così i miei familiari, e non ero con loro quando li assassinarono. Mia madre e una sorella di dodici anni, otto cugini e quattro zie, furono massacrati il 29 e 30 settembre in Cerpiano. Il 29 li ferirono soltanto, il 30 i nazisti tornarono a finirli.
Quando a Casaglia fummo convinti che i nazisti stavano per arrivare perché si sentivano gli spari e si vedeva il fumo degli incendi, nessuno sapeva dove correre e cosa fare. Alla fine ci rifugiammo in chiesa, una chiesa abbastanza grande, piena per metà, e don Mar-chioni cominciò a recitare il rosario. Ho saputo in seguito che lo trovarono ucciso ai piedi dell'altare: allora non me ne accorsi e adesso riferisco solo quanto ricordo.
Quando arrivarono i nazisti io non li vidi, avevo paura a guardarli in faccia. Chiusero la porta della chiesa e dentro tutti urlavano di terrore, specialmente i bambini. Dopo un poco tornarono ad aprire e ci misero in mezzo a loro e ci condussero al cimitero: dovettero scardinare il cancello con i fucili perché non riuscirono ad aprirlo.
Ci ammucchiarono contro la cappella, tra le lapidi e le croci di legno; loro si erano messi negli angoli e si erano inginocchiati per prendere bene la mira. Avevano mitra e fucili e cominciarono a sparare. Fui colpita da una pallottola di mitra alla coscia destra e caddi svenuta.
Quando tornai ad aprire gli occhi, la prima cosa che vidi furono i nazisti che giravano ancora per il cimitero, poi mi accorsi che addosso a me c'erano degli altri, erano morti e non mi potevo muovere; avevo proprio sopra un ragazzo che conoscevo, era rigido e freddo, per fortuna potevo respirare perché la testa restava fuori. Mi accorsi anche del dolore alla coscia, che aumentava sempre più. Mi avevano scheggiato l'osso e non sono mai più riuscita a guarire bene, anche dopo mesi e anni di cura.
Venne la sera, venne la notte, io stavo sempre là sotto, senza rischiare a gridare o lamentarmi, perché avevo paura, anche se il dolore alla coscia si era fatto insopportabile e non riuscivo più a respirare per quelli che mi stavano addosso. Intorno a me sentivo i lamenti di alcuni feriti.
Così passò la notte e quasi tutto il giorno 30. Sul tardo pomeriggio arrivò finalmente un uomo a cercare i familiari: li trovò tutti massacrati e anche una parente ferita che trasportò fuori dal mucchio dei cadaveri. Lo chiamai e mi venne vicino: «Tutti morti — mi disse — moglie e figli tutti morti!». Mi dimenticai di chiedergli che mi tirasse fuori dalla mia posizione, né a lui venne in mento di farlo. Lo pregai però di tornare ad aiutarmi dopo aver soccorso la sua parente; me lo promise, purché non avesse avvertito la presenza dei nazisti. Così se ne andò e io stetti ad aspettare. Verso sera, ci si vedeva ancora, trovai finalmente la forza di decidermi, riuscii a scostarmi i cadaveri di dosso e pian piano mi allontanai dal cimitero
.  (testimonianza tratta da Renato Giorgi, Marzabotto parla)

Il racconto di Lucia Sabbioni (18 anni), che a Casaglia perde 5 familiari:
Bussarono alla porta ed entrarono in chiesa.
Mi girai a guardarli: avevano intorno alla vita una fascia di proiettili. Si avvicinarono all'altare e Don Ubaldo smise di pregare e si mise a parlare con loro. Io non capivo, li guardavo e vidi che avevano facce truci che non lasciavano alcuna speranza. L'unica parola che intesi fu kaput: quella parola la conoscevo bene, perché mio padre, avendo lavorato per tre anni in Germania, aveva imparato un po' di tedesco e quando si arrabbiava con noi, la pronunciava. Il significato era: Ti ammazzo!
Ci obbligarono ad uscire. Ero già sulla porta, mi voltai e vidi Vittoria di Cà Baguzzi, una bella ragazza paralitica su una sedia. Io la conoscevo bene: molte volte andavo a prendere la ricotta - la faceva lei personalmente - e ai veglioni dei Nanni: era una gran bella famiglia. I tedeschi la costringevano a camminare, spingendola con la canna del fucile e gridando: Raus! Raus! Lei rispondeva disperata: Non vedete che sono malata? Poi, stramazzò a terra. Dalla piazza, ho sentito altri spari provenire dalla chiesa. La gente urlava disperata, mentre i tedeschi ci osservavano e tenevano sotto controllo. Circondati, ci ordinarono di proseguire verso il cimitero.
Dio mio, non c'e più scampo, moriremo tutti!
E, guardando le loro facce, perdevo ogni speranza. Arrivati davanti al cimitero ci intimarono l'alt e, non riuscendo ad aprire il cancello, due soldati lo mitragliarono. Ci ordinarono di entrare, sentii pronunciare ancora quella parola: Kaput! Cercai invano di trovare un modo per fuggire, ma non m'azzardai. Dissi a mia madre: Vieni qua in fondo, vicino alla cappella! Intanto, vidi due militari entrare: uno con una grossa mitraglia col treppiedi e l'altro con un fucile mitragliatore. Piazzarono le armi accanto al muro del cimitero, dalla parte sinistra. Altri entrarono, tenendo in mano delle bombe, ed ebbe inizio la carneficina: urla strazianti; pianti; la mitraglia che sparava di continuo e le bombe che scoppiavano; il fumo che ci soffocava; pezzi di carne - braccine, manine, testine - che saltavano in aria.
Gridai: Mamma, dov'e la Gianna, dove siete? Nessuna risposta. Avevo in braccio la mia sorellina Irene: non gridava più, era morta. Deliravo: Ora mi alzo e vado a picchiarli! Poi, ancora fra me e me: Se mi alzo vengo uccisa, quella mitraglia non cessa mai di sparare! Le grida cominciarono ad affievolirsi e cominciai a sentire quell'odore di sangue. Guardai Vittoria agonizzante che stava esalando gli ultimi respiri. Tutt'attorno, teste mozze e resti umani. La mia sorellina venne colpita in faccia, le mancava mezzo braccio e il visino, senza occhi, era ridotto a una poltiglia. Non riuscivo più a vedere le facce feroci dei due tedeschi che continuavano a caricare la mitragliatrice: la moglie del calzolaio di Gardelletta, Cleofe, una donna robusta che si reggeva sulle stampelle, mi era caduta addosso e un pezzo di gamba era caduto sul corpicino di mia sorella. Sentii ancora qualche flebile lamento e svenni.
Quando rinvenni, dicevo tra me e me: Ma io sono viva o morta? E se mi seppelliscono viva? Mi toccavo, da ogni parte e non facevo che togliermi di dosso resti umani intrisi di sangue. Pensavo fossero miei: Non è possibile: sono ferita, sono imbottita di sangue e no non sono morta! Piangevo e mi venne in mente Bertino: Dove sarà? se vedesse in che stato sono! Intanto, il silenzio si fece ancor più cupo e quell'odore di morte nauseante si fece ancora più forte. La mitragliatrice aveva smesso di sparare e, allora, cercai di muovermi. Sentii un dolore lancinante alla gamba sinistra e rimasi lì, aspettando la sepoltura.
Ad un tratto, sento una voce di bimbo: I tedeschi se ne sono andati, ma c'e ancora qualcuno vivo? Era il figlio di Tonelli, il quale gridava: Dite qualcosa! Siete tutti morti? Se qualcuno è ancora vivo, dica qualcosa!
Lo guardai e risposi: Sono ferita, ma sono viva, credo...
Altre voci gridarono: Sono viva! Ma come scappare di lì? Il bambino andò a vedere fuori dal cancello: non c'era più nessuno, almeno per il momento. Due ragazzine si alzarono per andarsene: le conoscevo, erano di Vado, e le vedevo quando c'era la festa in paese. Dissi loro: Aspettate, vengo con voi! Feci per alzarmi, ma ricaddi: non riuscivo a reggermi, il dolore era troppo forte. Gridai: Sono ferita, non cammino: aiutatemi! Ma risposero: Non possiamo, abbiamo fretta! Continuai a urlare: Non potete lasciarmi qui, mi seppelliscono viva! Ho paura, ho paura! E Vittoria, una delle due: Va bene, provo a prenderti in spalla. Stringimi al collo! Davanti al cancello mi lasciò un attimo, per sistemarmi meglio. Fu allora che vidi mia madre rivolta bocconi con la testa spaccata in due, i capelli sciolti intrisi di sangue. Vittoria mi faceva fretta, ma io chiesi un attimo per vedere come avevano ridotta la mia Gianna: la vidi - la riconobbi dal vestitino - riversa, irriconoscibile, anche se sembrava dare ancora qualche segno di vita.
Il bambino dei Tonelli non volle venire. Disse: Resto qui, vicino alla mamma, finché papà non verrà a prendermi.
  (Testimonianza tratta da Lucia Sabbioni, Il diario del perdono e della rabbia)

Ed ecco quanto pubblica il n. 243 del Resto del Carlino di mercoledì 11 ottobre 1944, anno XXII dell'Era Fascista, nella cronaca di Bologna:

  «Le solite voci incontrollate, prodotto tipico di galoppanti fantasie in tempo di guerra, assicuravano fino a ieri che nel corso di una operazione di polizia contro una banda di fuorilegge ben centocinquanta fra donne, vecchi e bambini, erano stati fucilati da truppe germaniche di rastrellamento nel comune di Marzabotto. Siamo in grado di smentire queste macabre voci e il fatto da esse propalato. Alla smentita ufficiale si aggiunge la constatazione compiuta durante un apposito sopralluogo. È vero che nella zona di Marzabotto è stata eseguita una operazione di polizia contro un nucleo di ribelli, il quale ha subito forti perdite anche nelle persone di pericolosi capibanda, ma fortunatamente non è affatto vero che il rastrellamento abbia prodotto la decimazione e il sacrificio di ben centocinquanta elementi civili. Siamo dunque di fronte a una manovra dei soliti incoscienti, destinata a cadere nel ridicolo perché chiunque avesse voluto interpellare un qualsiasi onesto abitante di Marzabotto o, quanto meno, qualche persona reduce da quei luoghi, avrebbe appreso l'autentica versione dei fatti».

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